Quando perdo il senso, se un senso c’è, il Santo a cui mi appello è San Viaggio.

Anche nella sua versione femminile, San Viaggia!, così, come un’imperativo. Vai! mi dice.

E’ la mia medicina, mi lascia salpare e mettermi in prospettiva. Anche i miei mistici preferiti erano dei viaggiatori: il derviscio Shams, Guru Nanak, il cui pensiero da solo mi fa ardere e mi fa sentire a casa, nello stesso tempo. Forse un giorno troverò un posto che mi farà quest’effetto. Intanto viaggio. Devota a San Viaggio.

E’ il viaggio che mi restituisce a me stessa, mi cura, mi alleggerisce.

Mi accende, come un motore, con i capelli come elica, mentre vado.

Quasi sempre verso l’ignoto.

Un posto nuovo, una nuova conoscenza, e più sono triste meglio è, sono abbastanza vuota da lasciarmi attraversare dal viaggio.

Non c’è bisogno di essere triste, certo, ma il vuoto essenziale creato dalla tristezza ci rende saggi e profondi.

Questa volta vado a Copenaghen, parto stanotte.

Prima insegno yoga, poi vado ad un concerto (vado a vedere Concha Buika!), poi vago un po’ nella notte di Berlino finché non si fa ora di salire sul bus per Amburgo, alle 2.30.

Da lì prenderò un traghetto, che mi porterà in Danimarca. 11 ore di viaggio.

Mi ribolle il cuore.

Mi ribolle il cuore al solo pensiero della salsedine.

Il mare del nord! Le sue sirene! I suoi mostri! Il vento freddo, il mio piccolo corpo marinaio!

Mi sembra un sogno, invece è vero.

Vedrò la sirenetta, e le darò un bacio.

Vedrò un mio amico, e darò un bacio anche a lui.

Un’altra Babele, penso.

Da cinque mesi penso e comunico ogni giorno in cinque lingue diverse: tedesco, francese, inglese, spagnolo e italiano.

Fra poche ore le mie orecchie saranno pizzicate dalle note di una nuova lingua, il danese.

Non l’ho mai sentito, questo suono che serve per dire le cose.

La immagino un po’ come lo svedese, quei suoni di fate che anche sto imparando ad ascoltare a Berlino.

Mi porto con me in viaggio, nella mia abilità di viaggiare. Mi porto con me e mi tengo stretta.

Penso alle mie antenate, ai miei antenati: quanto mondo sta vedendo questa loro figlia?

Forse prima di me chi è emigrato con la valigia di cartone, su un cargo verso Ellis Island.

Avranno visto le balene i miei antenati?

Le vedrò io un giorno?

Trenta raggi convergono sul mozzo
ma è il vuoto al centro della ruota
che fa muovere il carro.
Per fare i vasi si lavora l’argilla,
ma è dal vuoto interno
che dipende il loro uso.
In una casa s’aprono porte e finestre:
è sempre il vuoto
che la rende abitabile.
Le possibilità che l’essere dà
è il non essere
che le rende utili.

TAO TE CHING

giphy

Un commento su “San Viaggio e le balene

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